Tramonto ad Itea

Pale eoliche s’ergono
sui vertiginosi monti
di Itea.
Le scorgo,
due soltanto,
nell’assorto deserto
delle glauche rocce
che incombono
sulla marina amata.
Ruotano ritmiche
come lunge gambe
di Euzones,
i bianchi gendarmi
che sfilano a Syntagma.
Anche qui una parata
è certa.
Infrangerà la distesa fissità del golfo,
sorvolerà gli ulivi infiniti di Krissa,
e quale orgiastica danza
giungerà a sopraffare perfino
l’ineffabile nume.
Gigantesco cilindro turbinante
imprigionerà inesorabile
i marmi rosati a lui sacri.
Inaudito fragore prostrerà
la flebile eco di Pizia.
Non ci resterà domani che attendere
inermi nel sole
il primordiale velario che tinge
di blu le incantate
montagne di Grecia.
L.T.
Gheranos
Siamo noi tutti, la Grecia.
Se veramente crediamo
di aver progredito,
figli noi siamo greci.
Se veramente crediamo
di aver progredito,
intrecciamo ferme le mani
e, coperto il capo,
muoviamo veloci
in una gheranos
odorosa di aneto.
Rotto ogni indugio,
cingiamo umili
il gigante straziato
che fissiamo distanti
sanguinare e gemere.
In una gheranos lontana da mirti,
che vada dalla sinistra alla destra
e ripercorra il nostro
scosceso tragitto.
Sulle vette delle montagne,
tra le falde delle colline,
lungo sponde di fiumi
e litorali di città eterne,
rivedremo abissare il sidereo scandaglio
dell’essere,
tra cuore e intelletto, infinito e materia,
riascolteremo imperituri messaggi
di umanità smarrita,
rivivremo inarrestabili assalti
ad ogni libertà negata.
Tutti noi oggi
nella plateia Syntagmatos
come in rue Wiertz.
Noi, paradossali
creditori da noi,
scongiuriamo
rifusioni funeste,
inestimabili lasciti
piuttosto di luce
noi tutti
riconosciamo.
L. T.
STAMATIS
M’incammino nel viale
dei bazar, ad Arachova.
Cercherò di abbracciare Stamatis.
Gli piacevano ancora
gli italiani
come a me piacciono
i greci.
Fu gentile:
“stessa faccia stessa razza”
diceva,
tra variopinti tappeti
tessuti a mano,
pastorali bastoni,
pelli di capre e montoni
uccisi sui monti del Parnaso.
“Passo lunghi periodi
tra Roma, Milano, Palermo.
Conosco anche Bari,
mio figlio vi studia
e sta bene”.
E’ sempre lì, sull’uscio
della casa bazar,
che invita con gesti e parole
turisti in viaggio per Delfi
a inoltrarsi tra i cumuli
dei suoi souvenirs.
Patacche e preziosi…
a voi scegliere.
Mi riconosce e mi stringe
con slancio la mano.
Accoratamente mi abbraccia.
“Un caffè, un tè, un’aranciata…
Non è per te
necessario comprare…
Quanto tempo…
Mi piacciono ancora
gli italiani…
Stessa faccia stessa razza.
Sono triste per noi.
Caramanlis e Berlusconi…
I nostri paesi in ginocchio”.
L.T.


